Un successo di partecipazione e di unità






Il 20 giugno la Tuscia ha mantenuto la parola data. Dopo cinque anni di mobilitazione contro l’ipotesi di un deposito nazionale di rifiuti radioattivi nel territorio tra il Tevere e i Cimini, la protesta è arrivata fin dentro Roma. Hanno partecipato sindaci della Tuscia, comitati contro le scorie, rappresentanti del consiglio comunale di Roma e di alcuni municipi di Roma e consiglieri regionali.
Partiti da Scalo de Pinedo, i battelli hanno navigato il centro della Capitale fino all’Isola Tiberina, dove la manifestazione si è conclusa con un incontro a Piazza Belli. È un risultato che va oltre la giornata. Per la prima volta la voce della Tuscia non è rimasta confinata ai suoi confini provinciali: ha trovato ascolto e adesione diretta nelle istituzioni della Capitale, a conferma che la tutela del territorio riguarda Roma quanto riguarda i comuni del viterbese.
Con l’iniziativa sul Tevere si è inteso riaffermare nel cuore della Capitale d’Italia due concetti chiari. La Tuscia è incompatibile con 95 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, 20. 000 dei quali sono scorie delle vecchie centrali nucleari. La discarica nucleare in uno dei 21 siti della Tuscia sarebbe anche un grande problema per la città di Roma.
La società Sogin che ha individuato i siti per il “deposito nazionale “delle scorie nucleari vuole realizzare un deposito nazionale di superficie nel quale conservare “scorie nucleari “di ieri e forse di domani. Cosa che rappresenta una violazione grave delle indicazioni dalle stesse istituzioni europee le quali hanno affermato la necessità di conservare le scorie nucleari in un deposito di grande profondità.
La Sogin ha utilizzato nella individuazione dei siti nella Tuscia criteri fasulli sulla sismicità; ha violato principi non derogabili, ha ignorato le compatibilità sociali ed economiche del territorio; infine non ha preso in alcuna considerazione le osservazioni che sono venute dal mondo tecnico, scientifico ed accademico. Non meno arrogante e fazioso è stato il comportamento del ministro Picchetto Frattin che per anni si è rifiutato di incontrare la delegazione dei sindaci del viterbese.
Sono anni che abbiamo espresso la nostra ferma opposizione alla riduzione della Tuscia in una discarica energetica. Sul suolo fertile del viterbese e sulle sue colline si è concentrato l’80 per cento di tutte le rinnovabili del Lazio, e sempre nella Tuscia si è individuata, se si leggono i numeri reali, la maggioranza dei siti idonei per il deposito di rifiuti radioattivi. Ma i problemi vanno ben oltre i confini del viterbese e investono direttamente la Capitale d’Italia.
Non è un caso che il consiglio comunale di Roma e la stessa ex provincia di Roma, ora città metropolitana, con un ordine del giorno ha votato all’unanimità il sostegno alla lotta dei cittadini della Tuscia contro “il deposito” di scorie nucleari. La città di Roma è a poche decine di chilometri dai siti previsti, qualsiasi problema finirebbe per coinvolgere Roma che non è solo la capitale d’Italia, ma anche il territorio nel quale vivono 4 milioni di abitanti. E recenti conflitti bellici sono un serio ammonimento, dimostrano come facilmente siti nucleari possono diventare bersagli privilegiati per attacchi militari e terroristici.
La discarica nucleare nella Tuscia è certo un problema che riguarda direttamente e in primo luogo gli abitanti della Tuscia: nel Viterbese, territorio agricolo e non certo energivoro, si verrebbe a scaricare la contraddizione di un nucleare pericoloso che ha prodotto e continua a produrre scorie e che rappresenta un grande rischio per l’ambiente e per le popolazioni. Deve però essere chiaro che se la Tuscia dovesse essere non solo l’oggetto del desiderio, ma anche la scelta, il luogo ove portare 95 mila metri cubi di scoria nucleare, allora anche per la città di Roma si aprirebbe un problema molto serio.
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